Azienda Agricola San Michele a Breda di Piave (TV)

3 settembre 2010
Biologico e biodinamico

Come avere carote dolci e profumate

In una terra a dodici chilometri da Treviso e vicinissima al fiume Piave sorge l’azienda gestita da Anito Bonadio e dai suoi amici. È un po’ speciale, innanzitutto perché è nata dalla Libera Associazione Rudolf Steiner, dal nome del padre dell’agricoltura biodinamica. In secondo luogo perché contiene in sé tutte le tipologie di terreno: argilloso, sabbioso,  limoso. Occorre sapere, infatti, che ciascun ortaggio dà il meglio di sé se coltivato in terreni specifici. Gli asparagi e le carote, ad esempio, amano la sabbia, fatta della brillante silice. I cavoli prediligono le argille ricche di humus e di buio calcare. Le leguminose invece non amano i terreni troppo ricchi. Va da sé che un’azienda orticola debba rinunciare a coltivare talune piante, oppure accontentarsi di produrre alcuni ortaggi al meglio e altri in modo mediocre, perché il suolo non è adatto. Nell’azienda San Michele, su di una base di argille pesanti, il Piave ha depositato per millenni materiali diversi, ora sabbie, ora marne, ora fanghi limosi. Così, spostandosi da una parte all’altra dei circa 50 ettari coltivati, ho trovato suoli diversi, ciascuno ideale per coltivare bene un ortaggio.

Prima e dopo la semina

Le carote di Anito e dei suoi collaboratori non hanno conosciuto i concimi chimici, non hanno incontrato i defoglianti e gli antiparassitari di sintesi. Sono cresciute un po’ “coccolate”. Già prima di seminarle c’è stata una lunga preparazione dell’ambiente che doveva accoglierle. Il terreno è stato lavorato con rispetto e gli è stato donato del buon letame maturo, 300 quintali per un ettaro. In seguito è stato distribuito un preparato biodinamico, il corno letame, poi sparsi sul suolo abbondanti semi, soprattutto di brassicacee, e si è attesa la loro crescita, fino alla fioritura. Le piante sono state trinciate e sparse al suolo per nutrirlo. Infine, con molta delicatezza, è stata utilizzata una macchina vangatrice che ha interrato tutto. Perché le brassicacee? Le loro radici secernono una specie di disinfettante naturale, che allontana i parassiti dolcemente. A questo punto è stato portato in campo un erpice rotante, che raffina il terreno e prepara il letto per il seme di carota. Poi è passata una baulatrice, una macchina che innalza il terreno a file, perché le piante stiano un po’ più in alto verso la luce. Così il terreno è pronto per la semina. Vero, ma se adesso seminassimo le nostre carote, vedremmo nascere, insieme ad esse, tante piante spontanee che contendono loro il nutrimento e l’acqua. Allora Anito fa finta di seminare, ossia, innaffia come se lo avesse fatto. Subito crescono piante spontanee, che vanno estirpate. La finta semina nel suolo delle nostre carote è stata fatta in un mese per tre volte e per tre volte le piante infestanti sono state innaffiate e poi estirpate. Solo dopo tutto questo lavoro, i semi delle carote sono stati affidati al suolo. In primavera occorre aspettare anche tre settimane perché le carote nascano e in questo periodo bisogna usare una sarchiatrice per eliminare le infestanti. Le macchine sono una risorsa, ma non possono eliminare le erbe che crescono vicinissime alle carote, per non danneggiarle. Se si è lavorato bene rimangono tra le 20 e le 100 piante per ogni metro lineare di carote. Significa, nel migliore dei casi, un milione di piante indesiderate in un ettaro da togliere a mano, una per una. Certo si sarebbe potuto passare un diserbante chimico, che avvelena le erbacce in un istante e costa poco. Ma le erbacce sono state tolte a mano. In compenso è stato distribuito un altro preparato, il cornosilice. Così le carote sono cresciute ricche di zuccheri. Costantemente è stato monitorato l’arrivo di malattie, funghi o insetti. E sono stati usati prodotti naturali ammessi dalle norme sull’agricoltura biologica. Ogni tanto si è dovuto innaffiare, quando non pioveva. Dopo circa tre mesi le nostre carote, 2,5 o 3 tonnellate per ettaro, erano pronte da cogliere, da pulire e confezionare per la partenza.

Come si lavora nel convenzionale

Non lontano, in un’azienda industriale, sono cresciute altre carote. Non c’è stato bisogno di spargere il compost per fertilizzare, niente preparati biodinamici, nessun sovescio di brassicacee, nessun interramento delle sostanze ma una distribuzione di sali chimici che sono entrati di forza a far crescere le piante e che conferiscono un riconoscibile sapore metallico. Certamente non occorre fare le false semine per combattere le erbe infestanti ma si semina direttamente. Sono cresciute subito tantissime erbe infestanti, che sono stare abbattute con un diserbante liquido, che avvelena e uccide le piante in poche ore. In questo modo non c’è stato nemmeno bisogno di togliere le infestanti a mano: un milione di volte meno faticoso. Le malattie sono state combattute coi pesticidi. Infine si sono raccolte tante, tante carote. Il sapore è un po’ sgradevole, ma a raccoglierle piccole non si sente così tanto.

La differenza

Ma ritorniamo al campo della San Michele perché li sono cresciute due carote bio, di quelle coltivate con amore. Una si è sviluppata un po’ meno, l’altra è bella e grossa. Si sa, non tutti cresciamo con la stessa forza. Sono state entrambe raccolte e portate nel magazzino della nostra azienda bio. La carota grossa e forte era orgogliosa del suo dolce sapore, pronta per essere scelta. E invece…il compratore, memore che le carote industriali hanno un saporaccio metallico tanto più sono grandi, ha lasciato la carota migliore in magazzino e ha scelto la più piccola. Le carote grosse non si vendono facilmente. Dieci e lode ancora a chi acquista biologico e biodinamico. Anche per questo io racconto delle piante, degli animali e degli uomini di queste aziende coraggiose.

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