Le nanoparticelle
Anni fa, si era nel 1997, la dottoressa Antonietta Gatti fece una scoperta all’apparenza banale ma che sta sconvolgendo certi aspetti della medicina.
Se io ingerisco qualcosa di piccolo, piccolo come un granello invisibile di polvere, e questo granello è inorganico, solido e non biodegradabile, non è affatto vero che lo elimino come si era sempre creduto con un atto di fede mai messo alla prova dei fatti.
Nei fatti, invece, questi granelli di dimensioni che vanno da qualche centesimo fino a qualche milionesimo di millimetro ce li ritroviamo, magari non tutti ma di sicuro in parte, imprigionati nei nostri tessuti. Il passaggio è semplice e rapido: dall’apparato digerente al sangue e da lì a tutti gli organi. Non essendo capaci di eliminarli, i nostri tessuti isolano quei corpi estranei formandovi intorno un altro tessuto chiamato ‘di granulazione’, un tessuto infiammatorio che non guarisce e che ha probabilità tutt’altro che remote di trasformarsi in un cancro.
Ma queste formazioni passano anche da madre a feto dove provocano malformazioni o, quando sono ancora nel sangue, nei soggetti particolarmente predisposti che non sono rari, innesca la formazione di trombi, cioè di coaguli liberi di correre all’interno dei vasi. Senza voler spaventare nessuno, si tratta di un fenomeno cui prestare attenzione. L’origine di queste particelle così insidiose può essere naturale: eruzioni vulcaniche o polveri da incendi boschivi, per esempio. Ma quel tipo di particolato pone pochi problemi a livello di salute, e questo perché quelle polveri sono relativamente scarse e sono relativamente grossolane. E più la polvere è grossa, meno facilmente valica la barriera gastro-intestinale e penetra all’interno dei nostri tessuti. Il problema sono le polveri antropiche, vale a dire quelle prodotte dalle attività umane, specie quelle ad alta temperatura, perché più la temperatura è alta e più fini sono le particelle. Motori a scoppio, industrie varie, inceneritori… Ma come starne alla larga?
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