Gli additivi alimentari: questi sconosciuti
Incredibile ma vero! L’alluminio – un metallo che secondo l’EFSA (l’Autorità europea per la sicurezza alimentare) è talmente tossico che basta ingerirne qualche millesimo di grammo alla settimana per danneggiare la salute – è utilizzato come additivo alimentare per colorare e laccare i prodotti zuccherini che servono a decorare torte e pasticcini. E non è finita. L’alluminio si ritrova anche in altri additivi (i solfati di alluminio) impiegati in preparati industriali a base di uova e perfino in un lievitante chimico (il fosfato acido di sodio e alluminio) che può essere utilizzato per la produzione del pan di Spagna. Una follia della legge che regolamenta l’impiego degli additivi alimentari nei prodotti convenzionali. Ma non è l’unica, come apprenderete leggendo quest’articolo. Fortunatamente le regole del biologico sono ispirate ad una maggiore saggezza e tanti dei numerosi additivi permessi nel convenzionale, tra cui quelli contenenti alluminio, sono categoricamente vietati.
Sono tanti e si usano per molteplici scopi
Sono più di 360 gli additivi alimentari permessi attualmente nell’Unione Europea. Sono contraddistinti da un codice composto dalla lettera E (l’iniziale di Europa) e da un numero a 3 o, più raramente, a 4 cifre. Ad esempio, la tartrazina, un colorante di sintesi di largo impiego, e il lisozima, un conservante naturale che si può aggiungere a molti formaggi stagionati, hanno come codice rispettivamente E 102 e E 1105. Gli aromi non hanno codice perché non sono considerati additivi.
Le finalità per le quali viene consentito l’impiego degli additivi sono numerose.
Di norma gli alimenti freschi non contengono additivi, ma c’è qualche eccezione. Se vi viene voglia di gustare dell’uva in inverno, sappiate che dovete lavarla con cura perché, per conservarla in magazzino dall’epoca della sua raccolta, è permesso trattarla con i conservanti ad attività antifungina che fanno capo all’anidride solforosa (con sigle da E 220 a E 228). I crostacei, non soltanto surgelati, ma anche freschi possono essere trattati legalmente con il 4-esilresorcinolo (E 586). Poiché quest’additivo è dotato di una certa tossicità, la stessa Autorità che ha dato parere favorevole al suo impiego paventa il rischio che le persone che consumano crostacei frequentemente e in abbondanza possano ingerirne una quantità che superi la soglia di sicurezza.
Nella produzione industriale degli alimenti gli additivi non si lesinano, anche se ci sono alcuni prodotti per i quali non ne è consentito l’impiego.
Certi additivi possono essere utilizzati in tutti i prodotti alimentari o in molti di essi.
Per altri, invece – di norma quelli più preoccupanti per la nostra salute –, l’utilizzo è limitato a pochi specifici alimenti. Ad esempio l’eritrosina (E 127) – un colorante di sintesi contenente iodio, che sulle cavie induce, oltre una determinata dose, tireotossicosi e tumori della tiroide – è impiegato soltanto per colorare le ciliegie da cocktail e quelle candite. Penso che conveniate con me sul fatto che sarebbe più salutare consumare ciliegie candite dal colore un po’ sbiadito piuttosto che rischiare la salute ricorrendo a quelle colorate di rosso vivace con l’eritrosina. Bastano, infatti, 30 grammi di ciliegie così colorate per assumere una quantità di eritrosina che va oltre la soglia di sicurezza.
Il consumatore può individuare gli additivi sospetti?
La risposta è sì, ma a condizione che conosca la DGA dell’additivo. DGA è l’acronimo di Dose Giornaliera Ammissibile. È un valore che le autorità fissano per ogni additivo sulla base delle prove tossicologiche eseguite sulle cavie e si esprime in mg per chilo di peso corporeo di una persona (mg/kg p. c.). La definizione ufficiale della DGA è la seguente: la quantità massima che, in base al peso, può essere assunta nella dieta quotidianamente, anche per tutta la vita, senza rischi per la salute allo stato attuale delle conoscenze.
Se, per esempio, si è calcolato per un additivo una DGA di 5 mg/kg di peso corporeo, si assume che una persona che pesa 70 kg possa ingerirne quotidianamente fino a 350 mg (= 5 mg x 70) senza rischi.
Se l’additivo risulta innocuo per le cavie anche a concentrazioni elevate, le autorità usano la formula DGA non specificata, il che sta a significare che non c’è limite alla sua assunzione. Se invece l’additivo risulta tossico per le cavie anche a basse concentrazioni o le prove non sono ancora sufficienti per valutarne la tossicità, la formula usata è DGA non assegnata. Se, invece, la DGA viene assegnata, questa sarà tanto più bassa quanto più tossico è risultato l’additivo. Fatta questa premessa, è facile capire che il valore della DGA è da considerare una buona indicazione del grado di tossicità di un additivo. Purtroppo per il consumatore, la DGA degli additivi aggiunti ai prodotti alimentari non viene indicata in etichetta.
Sono davvero necessari?
Molti additivi, se non tutti, non lo sono di certo. Anzi, ce ne sono alcuni, come quelli impiegati per conferire artificialmente agli alimenti qualità organolettiche (coloranti, esaltatori del gusto, edulcoranti), che non solo sono inutili, ma si possono configurare anche come uno strumento di sofisticazione… legalizzata. Infatti, tramite l’uso di questi additivi, unitamente a quello degli aromi, l’industria tenta di mascherare la cattiva qualità dei prodotti trasformati conferendo loro colori, sapori e odori. Queste tecniche non danno altro che imitazioni grossolane di qualcosa della materia prima che è andato perduto nella fase di produzione o che addirittura non c’è mai stato. Inoltre, la colorazione artificiale di molti prodotti voluttuari, come bevande e caramelle, ha il subdolo scopo di attrarre i consumatori più vulnerabili, tra cui i bambini, spingendoli all’acquisto di prodotti che non solo non hanno alcun valore nutritivo ma sono anche rischiosi per la salute a causa del loro carico di coloranti (nonché di zucchero). Dobbiamo tenere presente che, se la materia prima è di alta qualità, non c’è bisogno di additivi. Un esempio ci viene dal Parmigiano. Per l’impeccabile qualità del latte utilizzato nella sua produzione, questo formaggio non ha bisogno di nessun conservante, mentre invece altri formaggi stagionati possono aver bisogno di conservanti con attività antibiotica (E 234 e 235) e uno di essi, il provolone, può essere addizionato addirittura con E 239, un additivo con una DGA bassissima (0,15 mg/kg p.c.).
Il biologico usa davvero pochi additivi
Il regolamento per il biologico consente di utilizzare soltanto una cinquantina degli oltre 360 additivi utilizzati dall’industria alimentare convenzionale e limitatamente ad alcuni prodotti.
Nel biologico si fa molto apprezzare la disposizione che vieta di utilizzare i coloranti, sia naturali che artificiali, gli esaltatori del gusto e tutti gli additivi organici artificiali. Inoltre, quasi tutti gli additivi permessi sono da ritenere innocui perché hanno una DGA alta o non specificata (senza limiti).
Ho l’obbligo di sottolineare però che nel biologico è consentito aggiungere, anche se soltanto nei prodotti a base di carne e in quantità inferiori a quelle permesse nei prodotti convenzionali, due conservanti che destano qualche preoccupazione, il nitrito di sodio (E 250) e il nitrato di potassio (E 252). Comunque, sebbene questi additivi siano preziosi per la nostra salute perché impediscono lo sviluppo nei prodotti conservati del batterio responsabile del botulino, la legge che regolamenta il biologico prevede che entro il 2010 venga riconsiderato il loro impiego.
Il mio auspicio è che il biologico adotti processi di lavorazione che permettano di farne a meno. Ci sono già segnali positivi in questo senso dal momento che alcune aziende biologiche (ma anche alcune convenzionali) producono salumi senza conservanti. I prodotti biodinamici a marchio Demeter sono ancora più virtuosi perché il disciplinare di riferimento permette di utilizzare soltanto una decina di additivi, in un ristretto numero di prodotti, e vieta categoricamente l’impiego di nitrati e nitriti. Ovviamente, per poter ottenere un prodotto trasformato di pregio ricorrendo ad un numero così esiguo di additivi, la materia prima deve essere di elevata qualità.
A questo proposito ecco un consiglio per l’acquisto valido sia per i prodotti alimentari convenzionali che per quelli biologici: tra prodotti dello stesso genere scegliete sempre quello che ha il minor numero di additivi. In tale modo non solo ingerite un minor numero di sostanze potenzialmente nocive, ma vi assicurate con tutta probabilità anche il prodotto di più alta qualità.
grazie per quest’articolo. La questione è che il consumatore è in balia dell’industria che propone cibo di cattiva qualità e farcito di additivi reclamizzandoli ossessivamente con l’aiuto di personaggi belli e famosi (ma questa gente mangia davvero i prodotti che reclamizza) per venderli. Ci vorrebbe tanta informazione come quella che state facendo per fare acquisire ai consumatori la consapevolezza di quello che mangia. Così non è e i consumatori ingurgitano tanto cibo senza qualità credendo che sia il migliore possibile. Continuate così che ne abbiamo bisogno.
Quante conferme dobbiamo avere ancora, prima di decidere di abbandonare definitivamente il consumo di qualsiasi prodotto agroalimentare di origine industriale?
Addio licopene estratto dal pomodoro. Il licopene è usato dall’industria alimentare come colorante (E 160d) Una recente direttiva comunitaria (2011/3/CE del 17 gennaio 2011) ha stabilito che, a partire dal 1 settembre 2011, si può usare come colorante, non solo il licopene isolato dal pomodoro, ma anche quello isolato dalle biomasse di un fungo, Blakeslea trispora, e peggio ancora, quello che si ottiene artificialmente in laboratorio (licopene sintetico). Fortunatamente nel biologico sono proibiti tutti i coloranti, quindi anche il licopene di qualunque origine sia.
Davvero illuminante l’articolo in mezzo a quella dedalo rappresentato
dalla normativa vigente in materia di additivi alimentari .
Poco chiara ed inoltre l’introduzione del principio ” quotum tantis”
e stato quanto mai emblematica . Quello che occorre e una rivistazione
dell’elenco postivo . Quanti dei cosiddetti additivi alimentari , rispettano veramente la funzione che si evince dalla nozione di additivo alimentare . Un esempio per tutti polifosfati in determinati
prodotti della pesca . Vera finalità mascherare una qualità alquanto scadente . Specie nei prodotti tipo surimi delle materie prime .
Ho letto l’interessante articolo sugli additivi, e vorrei aggiungere una informazione che mi ha dato una persona che ha sempre lavorato all’interno dell’industria alimentare: chi è più esperto di me vorrà verificare se è vero o no questo: al di sotto di una certa quantità minima non è obbligatorio specificare sull’etichetta gli additivi aggiunti al prodotto. Ma l’informazione sui milligrammi di additivo permessi nel cibo si riferisce a ricerche eseguite tempo fa. Nel frattempo, con la ricerca, vengono offerte ai produttori sostanze molto più pure e attive. Questo permette di aggiungere una minore quantità di additivo ai prodotti, andando sotto alla soglia in cui è obbligatoria l’indicazione sull’etichetta.
Per questo, la frase detta alla fine dell’articolo “tra prodotti dello stesso genere scegliete sempre quello che ha il minor numero di additivi” può essere un consiglio impossibile da seguire.
Grazie ad Emiliano e a D. Alfieri per gli interventi che sollevano interessanti questioni.La lista positiva (cioè degli additivi permessi) è in via di revisione da parte dell’Union europea e pare che sarà pubblicata in luglio (ne darò notizia su questo blog appena sarà pubblicata). Per quanto riguarda la questione sollevata da D. Alfieri, il nuovo regolamento stabilisce che se in un prodotto è presente tra gli ingredienti un ingrediente composto(cioè fatto da più ingredienti compresi gli additivi) ed esso è presente al di sotto del 2%, esso viene inserito nell’elenco degli ingredienti dell’alimento, ma i singoli ingredienti che lo compongono (compresi gli additivi)non vanno dichiarati. Per fare un esempio, se in una tortina è compresa tra gli ingredienti una confettura di frutta ed essa è presente al di sotto del 2%, va inserita nell’elenco degli ingredienti come confettura di frutta, ma i suoi ingredienti (frutta, zucchero, additivi ed altro) non vanno elencati. Altra normativa non tanto trasparente è quella che stabilisce che, se in un prodotto (ad esempio una merendina) è presente un ingrediente (ad esempio la farina) addizionato con un additivo e tale additivo non svolge più alcuna funzione nel prodotto finito, tale additivo non deve essere dichiarato in etichetta. Insomma, capite bene che è un vero ginepraio che va a discapito della trasperanza. Chi paga è il consumatore che non riesce a fare una scelta davvero consapevole. Fortunatamente nel biologico sono permessi soltanto una cinquantina degli oltre 400 additivi permessi nel convenzionale. E questo è già molto, ma il mio invito ai produttori del biologico è di fare di più per la trasperanza delle etichette. Comunque ribadisco la mia indicazione di “scegliere tra due prodotti dello stesso genere quello che contiene il minor numero di additivi” e più in generale il minor numero di ingredienti.
da tener presente che oltre alla DGA si dovrebbero conoscere le interazioni degli additivi con altre sostanze, perchè come accade per i farmaci si possono verificare fenomeni di esaltazione di effetti negativi, o a volte anche positivi come può accadere se in un salame sono presenti nitriti e nitrati ma anche acido ascorbico (vit c) che limita la formazione di nitrosamine cancerogene. Non conosciamo le interazioni, pur consumando giornalmente cocktails di additivi.
Ha ragione Gino ed aggiungerei che la stessa considerazione va fatta per i pesticidi, che pure hanno la DGA, oltre al livello di massimo residuo (LMR) Inoltre, va tenuto conto che la DGA viene calcolata per gli adulti sani. E i bambini? E le persone con problemi renali o epatici che non riescono a metabolizzare o eliminare a dovere? Faccio un esempio. Tra i coloranti c’è l’eritrosina, E 127, che è così nociva che è stata fissata una DGA di 0,1 mg per kg peso corporeo e il suo impiego limitato alle ciliege candite e aggiubnte alle macedonie industriali. Tenendo conto che questo colorante può essere usato fino a 200 mg per kg di prodotto, ho calcolato che i bambini possono facilmente superare la DGA (fissato per gli adulti, ma che per i bambini dovrebbe essere ben più bassa!). L’eritrosina è sospettata di essere coinvolto nella sindrome ipercinetica dei bambini e nelle cavie causa tireotossicosi.
Attenti al colorante eritrosina (E 127). Nonostante sia risultato molto tossico per le cavie, continua ad essere usato come additivo alimentare anche se soltanto per ridare colore alle ciliege candite che si usano sopra i pasticcini e nelle macedonie industriali. E’ sospettato di causare disturbi dell’attenzione nei bambini. Nelle cavie provoca disturbi della tiroide che fino all’insorgenza di tumori. Basta che un bambino mangi una decina di ciliege trattate con questo colorante per superare la dose giornaliera ammissibile. Per la sua nocività non è permesso in Australia.
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